La realtà demografica e politica dietro l’emergenza immigrazione

L’annunciata “crisi immigrazione” ha rotto l’argine, più simbolico che concreto, di Lampedusa ed è arrivata nelle città italiane del centro e del nord. A questo punto il tema si è imposto all’attenzione generale, sollevando una serie di reazioni, commenti e analisi sproporzionato rispetto al numero di migranti approdati in Italia e per estensione in Europa.

La tentazione di dire una parola ultimativa, trovare una soluzione drastica, denunciare una volta per tutte l’enormità del problema ha sedotto molti, secondo lo stile “ecco la scomoda verità a proposito di immigrazione”: in realtà, i governi europei sono di fronte ad un dossier complesso.

All’origine della questione, tuttavia, ci sono cause poco seducenti, poco utili a un titolo di giornale o a uno slogan politico; addirittura banali perché non sferzano l’immaginazione dando quel momentaneo sollievo di comprensione intellettuale di fronte al vagabondaggio di persone senza identità dirette verso il nord Europa.

La banalità principale si chiama fattore demografico. Esso è un qualcosa d’impalpabile, eppure si riferisce a milioni di esseri umani e investe interi continenti, ma nonostante questo la crescita demografica rimane spesso solo una categoria della statistica, non discussa né ben compresa in ambito politico. La demografia è il fattore scatenante della situazione attuale, dove per attuale s’intendono i flussi migratori almeno dell’ultimo decennio, e non la fiammata (anche mediatica) degli ultimi mesi.

In altre parole, le crisi regionali come quella siriana non sono la causa principale della massa migratoria. I profughi siriani in fuga dalla guerra civile, e ai quali viene riconosciuto lo status di rifugiati, sono un fattore che si aggiunge solo in piccola percentuale all’esodo di chi proviene da zone dove non c’è guerra in senso stretto, ma c’è stata nell’ultimo ventennio una crescita demografica esponenziale. Naturalmente in questi luoghi c’è instabilità, ci sono regimi autoritari, ci sono persecuzioni etniche o religiose, ci sono crisi alimentari e sanitarie, ma molte di queste sono situazioni ormai croniche. Si pensi solo al Corno d’Africa o al Sahel.

Inoltre la guerra non è, in sé, un fattore che spinge alla migrazione: come dimostra la Libia, che è luogo di transito ma non di migrazione autoctona, nonostante la clamorosa implosione del sistema politico e l’espansione dello Stato Islamico ormai giunto a Sirte.

Insomma: chi lascia paesi come la Nigeria – nota per le macabre imprese di Boko Haram – ma anche chi emigra da paesi come Iraq, Afghanistan e Pakistan, non lo fa unicamente per scappare dalla furia di sanguinari islamisti. L’esodo si configura come quella che potremmo chiamare la banalità dei numeri; come per la “banalità del male”, ci rimanda a tutti quei fenomeni che la nostra ragione fatica ad accettare, ma che non per questo sono astratti o inspiegabili.

L’Africa conta oggi poco più di un miliardo di abitanti, ma nel 2050 saranno oltre due miliardi e mezzo e alla fine di questo secolo saranno oltre 4 miliardi. Questi dati provengono dagli studi demografici dell’ONU, e sono la realtà con la quale ci si dovrà confrontare.

I numeri, gli aridi numeri, sono quindi molto espliciti. L’Africa porta ogni anno in Italia – ad esempio dal Senegal o dal Ghana, che sono paesi stabili – un numero costante di migranti contribuendo con un 20% di flusso ininterrotto; poi Cina, Ucraina e Filippine sono i tre paesi ai quali si devono le maggiori correnti migratore verso l’Italia.

Troppo spesso si trascura come l’Europa sia un continente a saldo quasi neutro in termini d’immigrazione, e cioè che tanti migranti riceve e tanti ne crea, all’interno dei suoi stessi confini: basti pensare alla mobilità di popolazioni – i rumeni, i polacchi – che sono oggi comunitarie de iure e de facto.

Occorre anche relativizzare la percezione “mediterraneo-centrica” del problema. Ce lo ricorda il caso Ungheria, per almeno due fattori. Da una parte l’annunciata costruzione di un muro al confine serbo, per fermare i flussi dal paese vicino (extra-comunitario), dimostra che il tema investe più di un quadrante geopolitico, poiché esiste una parte dinamica d’Europa – particolarmente quella emersa dal blocco orientale post-muro di Berlino – che è una meta molto attrattiva, come appunto l’Ungheria, per parecchi migranti sia extra sia intra-europei.

Il problema politico (umanitario lo è di certo!) non è quindi il numero di migranti in arrivo via mare – perché questo è un numero percentualmente residuale – ma l’organizzazione e le leggi dello stato che si trova ad accoglierli. Ora, Grecia e Italia non sono certo un modello di organizzazione sociale impeccabile; questo è purtroppo noto e lo sperimentano per primi i cittadini greci ed italiani ogni giorno alle prese coi rispettivi welfare, con le infrastrutture e le giurisprudenze nazionali.

È plausibile quindi che l’impatto “inatteso” (inatteso proprio perché mal gestito) di migranti su società poco organizzate, abbia un effetto amplificato rispetto all’effettivo volume dei numeri. Se a questa confusione si aggiungono altri due fattori, ossia il ruolo pilatesco dell’Unione Europea e quello dei media, ecco spiegata la latente, ma non troppo, fobia verso l’elemento straniero o migrante che dir si voglia.

In questi ultimi anni di rovesci economici l’Unione Europea e le sue principali istituzioni – la Commissione, la Banca Centrale – hanno mostrato tutti i limiti di un’architettura elefantiaca e tecnocratica nella gestione della crisi dei debiti sovrani. Ma la crisi dei migranti sta mettendo in luce anche altri limiti, di natura principalmente culturale. Le tormentate vicende della moneta unica hanno fatto emergere le clamorose disparità tra i paesi del nord e i cosiddetti PIGS (acronimo che purtroppo non facilita il senso di mutuo rispetto) e ancora in questi giorni si sta cercando la soluzione al problema Grecia, ammesso che questo problema possa davvero essere risolto secondo gli attuali parametri.

Il secondo dossier attualmente sul tavolo dei leader europei è appunto quello delle quote d’immigrati che ogni stato accoglierà entro i propri confini. Il vertice tenutosi a Bruxelles il 25-26 giugno ha tentato di definire una politica per i prossimi anni, ma difficilmente il principio delle quote volontarie sarà accantonato, e i paesi europei non si divideranno equamente i 60.000 migranti nell’arco dei prossimi due anni – visto che non saranno costretti a farlo.

Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha parlato esplicitamente di accordo modesto e al ribasso. Molto efficace è stato il concetto espresso dal capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, e cioè che un’Europa composta da 500 milioni di persone non può permettersi di mostrare al mondo l’incapacità di gestire 60.000 migranti. Ma è quello che sta accadendo.

Deve invece far riflettere la dichiarazione del premier italiano Matteo Renzi alla vigilia del vertice, quando ha sancito la differenza tra i richiedenti asilo, che “vanno accolti”, e i migranti economici che invece “vanno rimpatriati” – una dichiarazione sostanzialmente in linea con l’opinione oggi prevalente. I leader europei, in altre parole, sembrano guardare alla punta dell’iceberg creata dalle crisi regionali, ignorando la massa critica sottostante generata dalla demografia.

La ragione del parallelo con la crisi dei debiti sovrani è presto spiegata. Le decisioni prese a Bruxelles dovranno essere confermate in un secondo vertice previsto a luglio e in una serie di clausole giuridiche allegate al documento finale. E altri vertici inevitabilmente seguiranno, come seguiranno accordi bilaterali. Le ultime decisioni prese da Budapest sul “muro”, ad esempio, impattano direttamente su Vienna e la questione verrà discussa a livello di ministri degli esteri e degli interni dei due paesi, prima ancora che a Bruxelles.

Insomma, che si tratti di economia o immigrazione, l’Europa mostra una faccia poliedrica. Un sodalizio corale dove ogni decisione è diluita nel tempo e dove gli stati nazionali sono una volta esautorarti dal loro potere e un’altra incoraggiati a decidere in proprio: è una politica di convenienza nell’immediato che mal si sposa con la convenienza nel medio periodo, e soprattutto mal si sposa con le emergenze di un mondo che si muove più veloce delle convocazioni dei summit la cui agenda è destinata spesso ad essere “in rincorsa”.

Quest’architettura della governance europea rende ancor più evidente come l’immigrazione – in un’Europa unita ma culturalmente vasta (gli Stati Baltici sono Europa, la Polonia è Europa, proprio come lo sono l’italiana Lampedusa o la Grecia) – nel futuro sarà materia di convivenza forzata tra popolazioni di europei in stallo demografico, bassissima mobilità sociale, stagnazione economica e flussi incessanti perché sostenuti da fattori macro.

Forse il Grexit, o la fine dell’austerity come dogma, saranno la soluzione agli errori strutturali della moneta unica, ma nulla cambierà i clamorosi dati della demografia. La parola d’ordine è quindi banale: convivenza. Occorre una strategia europea proattiva, che si basi su azioni razionali e solidali e creando contemporaneamente una diffusa consapevolezza culturale nelle opinioni pubbliche. È la sola strada percorribile.

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