Il Censimento degli Stati Uniti del 2010: l’avanzata delle minoranze

Nello scorso aprile, ad un anno dall’ultimo conteggio censuario, il Census Bureau degli Stati Uniti ha reso pubblici i risultati preliminari [1]. Gli americani sono 308,7 milioni, 10% in più rispetto al 2000, e gli Stati Uniti sono il terzo paese al mondo per numero di abitanti (con largo distacco dietro Cina e India e seguiti, con 240 milioni, dall’Indonesia) e quello demograficamente più dinamico rispetto ai grandi paesi occidentali. Tra il 2000 e il 2010, i paesi sviluppati hanno accresciuto la loro popolazione del 3,8%, quella della Russia si è contratta del 2%, mentre quelle di Giappone e Germania sono rimaste stazionarie. Gli Stati Uniti hanno i loro conti demografici in ordine: la natalità è tra le più alte nel mondo occidentale, e la popolazione resterebbe in equilibrio anche senza immigrazione (che peraltro ha segnato un saldo netto di 11,2 milioni nell’ultimo decennio); la struttura per età è assai meno invecchiata di quella europea. Il 33,9% degli americani ha meno di 25 anni e il 13% più di 65; le stesse proporzioni sono, per gli europei, 21,2% e 16,2%.

Negli Stati Uniti il Censimento decennale è un obbligo costituzionale: sulla base dei risultati sono distribuiti i seggi del Congresso (reapportionment) ed operata la revisione dei distretti elettorali (redistricting). Il primo Censimento, tenuto nel 1790, contò 3,9 milioni di abitanti e gli Stati Uniti erano, allora, il paese più popoloso del continente dopo il Messico; i 100 milioni furono toccati nel 1916, i 200 nel 1965, i 300 nel 2006 mentre i 400 dovrebbero essere raggiunti nel 2049 (secondo le ultime proiezioni delle Nazioni Unite): una popolazione centuplicata in due secoli e mezzo.

Cambia la geografia del popolamento
La crescita intercensuaria (9,7% per l’esattezza), nonostante che appaia ad occhi europei molto elevata è, in realtà, la più fiacca avvenuta in un intervallo intercensuario decennale dal 1790, se si escludono gli anni Trenta, durante i quali le vicende economiche depressero l’immigrazione e la natalità toccò un minimo storico. Rispetto alla crescita del 13,2% nel decennio 1990-2000, la flessione è dovuta ad una contrazione dell’immigrazione, particolarmente negli ultimi anni di crisi.

Le tendenze recenti confermano quella redistribuzione del popolamento delineata nei decenni precedenti: gli stati del Sud e quelli dell’Ovest sono aumentati del 14%, quelli del Nordest e quelli centro-occidentali (Midwest) del 3-4%. Tra gli stati più popolosi, il maggior balzo l’ha fatto il Texas (+20,6%), seguito da North Carolina (+18,6%), Georgia (+18,1%) e Florida (+17,6%). Stagnanti i grandi stati del Midwest e del Nordest: Michigan (-0,6%), Ohio (+1,6%), New York (+2,1%), Illinois (+3,3%), Pennsylvania (+3,4%). A Ovest, lo stato più popoloso, la California, oppressa dal debito pubblico e dalla crisi, si è assestata sulla media nazionale (+10%). Le due più grandi conurbazioni del Texas (Dallas e Houston) hanno guadagnato due milioni e mezzo di abitanti, quelle di New York, Filadelfia e Chicago poco più di un milione.

Mobilità e politica
Cultura, economia e regole fanno degli americani un popolo con una propensione a cambiare residenza di diverse volte superiore a quella degli Europei, e degli italiani in particolare: da decenni Sud e Ovest attraggono migranti (anche dall’estero) in risposta alle opportunità offerte dallo sviluppo, dai minori costi delle case e dei terreni, dalla facilità delle comunicazioni, dagli spazi aperti. In 150 anni, il Mezzogiorno d’Italia ha conservato quasi inalterata la proporzione di abitanti; è bastato un decennio perché il peso del Midwest e del Nordest diminuisse di quasi due punti e mezzo (da 42 a 39,6%). Il riassestamento demografico provocherà anche una redistribuzione di 12 seggi del Congresso: ne guadagneranno 4 il Texas e 2 la Florida, i residui sei andranno ad altrettanti stati del Sud e dell’Ovest. Ciò avverrà a danno di New York e Ohio, che perderanno due seggi ciascuno, mentre altri 8 stati del Nord Est e del Midwest rimarranno ciascuno con un seggio in meno.

Un aspetto dell’alta mobilità del paese – che il Censimento potrà concorrere a meglio misurare – è costituita dall’immigrazione, e da quella componente irregolare (che viene ufficialmente stimata in 11 milioni, tanti quanti gli abitanti dell’Ohio, il settimo stato in ordine di popolazione) che ha anch’essa contribuito alla crescita veloce del Sud e dell’Ovest. L’irregolarità è un doloroso problema che Obama vorrebbe affrontare, conscio che “gli americani sono critici dell’idea che sia possibile radunare e deportare 11 milioni di persone…essa lacererebbe il tessuto della nostra nazione perché gli irregolari che sono qui sono inestricabilmente avvolti in quel tessuto. Molti hanno figli che sono cittadini americani. Alcuni sono figli essi stessi, condotti qui dai genitori nell’infanzia, cresciuti come ragazzi americani, solo per scoprire il loro status illegale quando si iscrivono al College o cercano lavoro. La manodopera illegale ha fornito braccia ai nostri agricoltori per generazioni. Perciò, anche se questo fosse possibile, un programma di deportazione di massa sconvolgerebbe la nostra economia e le nostre comunità in un modo che la maggior parte degli americani giudicherebbe intollerabile [2].”

I Latinos: una minoranza grande quasi come l’Italia
Se continuano a crescere come nell’ultimo decennio, i Latinos (o Hispanics) – cioè gli americani che si identificano con una nascita o una discendenza “latino americana” – tra qualche anno avranno la dimensione dell’Italia. Secondo il Censimento del 2010 erano 50,5 milioni, il 16,3% della popolazione ed il 43% in più rispetto ai 35,3 milioni del 2000. Già nel 2000, i Latinos (per tre quarti provenienti dal Messico) avevano superato gli Afro-Americani (Black) fino ad allora la minoranza più consistente e che oggi, con 38,9 milioni (benché in crescita del 12,3%, cioè con ritmo maggiore della media nazionale) hanno una quota del 12,6% della popolazione totale. Lo stesso Census Bureau non si sbilancia nello spiegare tale balzo in avanti dei Latinos: ma occorre qui ricordare che l’appartenenza ad un gruppo razziale (“Black”, “White”, “American Indian”, “Chinese”, “Philipino” ecc.) o etnico (“Hispanic”, che può essere anche “Black”), è “autoascrittivo”, e quindi deciso dal singolo censito [3]. Né la natalità più alta della media, né l’immigrazione (peraltro attenuata negli ultimi anni) possono spiegare un tale balzo in avanti, cui deve avere concorso una sorta di “emersione” del gruppo ispanico, perché più sicuro, conscio e fiero delle proprie radici, perché meno escluso o discriminato. In forte ascesa è anche la popolazione di origine asiatica (+43,3%), oggi la terza grande minoranza col 4,8% della popolazione.

Da minoranze a maggioranze
Se classifichiamo come “minoranza” i non bianchi e gli ispanici, che oggi rappresentano il 43,9% della popolazione, questa è destinata a diventare “maggioranza”. Una previsione di pochi anni fa dello stesso Census Bureau (che dovrà essere attualizzata utilizzando gli ultimi dati), poneva questo sorpasso nel 2042; nel 2050, quella “minoranza” passerebbe al 54% della popolazione totale (133 milioni gli ispanici, 66 milioni i neri e 41 milioni di asiatici) [4]. Nel 1790, il primo censimento americano contò una popolazione nera di 757.000 unità, il 19,3% totale, una quota ridotta al 10,7% nel 1920 in conseguenza della migrazione europea. Per questa nuova fase di mescolanze, la società americana funzionerà ancora come un nuovo, gigantesco, melting pot, capace di riprodurre – come nei secoli scorsi – persone nuove forgiate da un vecchio conio? C’è da dubitarne, perché il mondo è straordinariamente più interconnesso di quanto non lo fosse nella prima grande fase di globalizzazione otto-novecentesca. Ed è possibile che le identità e le appartenenze non si trasformino così rapidamente come in passato. Nella comunità ispanica, per esempio, la conservazione della lingua e della cultura è favorita dai frequenti rientri in patria, dall’ampiezza e densità delle comunità stesse, dalle emittenti televisive. È la rivincita del Messico, con le armi dell’immigrazione, sulle sconfitte militari subite nel XIX secolo per mano dagli abitatori dei territori a nord del Rio Grande.

 

Questo articolo è pubblicato congiuntamente su www.neodemos.it


 


1 – I dati riportati in questo articolo sono tratti dai rapporti censuari accessibili al sito: http://2010.census.gov/2010census/data/

 

2 – Massimo Livi Bacci, Stati Uniti: la dolorosa riforma dell’immigrazione, Neodemos 11/07/2010. Per il discorso di Obama: Remarks by the President on Comprehensive Immigration Reform, American University School of International Service, Washington, D.C, 1 luglio 2010, http://www.whitehouse.gov/the-press-office/remarks-president-comprehensive-immigration-reform 

3 – I dati sulle minoranze riportati nel testo per il 2010, sono al netto di circa 9 milioni di persone che avevano indicato di appartenere a “due o più razze”.

4 – Massimo Livi Bacci, 420 milioni di Americani nel 1950? , Neodemos, 03/07/2007 

Comments (0)
Add Comment